Riassunto - Opera Omnia >>  Giovanni Verga  : « Novelle rusticane » Testo originale    




 

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IL REVERENDO


Aveva perso l'aspetto di un reverendo perché si era tagliato la barba e indossava una sottana di stoffa fine. Durante la giornata osservava spesso i suoi campi e i braccianti che vi lavoravano, non ricordandosi che se non fosse stato accolto nel convento dei cappuccini e non avesse imparato a leggere e a scrivere non sarebbe mai diventato una delle persone più importanti. Viveva assieme alla madre, che svolgeva le faccende di casa e ad una nipote. Da ragazzo, il reverendo aveva comunicato alla famiglia di voler diventare prete e, per mandarlo a scuola, furono venduti il campo e la mula. La famiglia sperava che se il figlio fosse diventato prete sarebbe stato meglio anche per loro ma non avevano disponibilità economiche per mantenerlo al seminario. Il ragazzo, però, venne accolto in convento da padre Giammaria, il quale lo aveva ben giudicato in quanto era molto abile in cucina e negli altri servizi. Aveva molte conoscenze che gli permettevano di far tutto: durante un'epidemia di colera si era procurato l'antidoto e non l'aveva offerto neanche alla zia che stava morendo. Riusciva ad accaparrarsi gli affari migliori e non si faceva scrupoli a prendere la roba degli altri. Non aveva un comportamento da vero prete perché celebrava la messa raramente e si preoccupava solo dei propri interessi. Era sempre rispettato per le sue conoscenze ma, con la rivoluzione le cose cambiarono: i contadini si erano istruiti, presso il giudice e le altre persone importanti il prete aveva perso il suo potere e ormai gli era rimasto da fare solo che il suo dovere.

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COS'È IL RE


Compare Cosimo, il lettighiere, aveva legato le sue mule nella stalla e si era fermato davanti alla porta ad osservare la gente che era andata li a Caltagirone per vedere il Re. Ad un tratto venne un funzionario del Re per dirgli che Sua Maestà voleva noleggiare la lettiga per andare a Catania. Compare Cosimo si preoccupò perché aveva paura che durante il viaggio qualcosa andasse storto e che il re gli avrebbe tagliato la testa con una delle tante sciabole appese ai muri. Cosimo diede altro orzo alle sue mule e durante quella notte non dormì. Prima dell'alba le trombe della cavalleria lo destarono dal dormiveglia; uscì e vide che la gente ancora girava per le strade del paese e sentì che le campane di San Giacomo suonavano a festa. Cosimo preparò la lettiga e si diresse verso il palazzo del Re. La cavalleria fece largo tra la folla per far passare compare Cosimo ma il Re si fece aspettare molto. Sua Maestà arrivò e battendo la mano sulla spalla di compare Cosimo disse: "Bada che porti la tua regina!" Ad un tratto venne una ragazza che chiese al re la grazia per suo padre perché era stato condannato a morte. Il Re l'accontentò e Cosimo venne preso dal terrore che Sua Maestà l'avrebbe condannato se fosse accaduto qualcosa durante il viaggio. Il viaggio andò bene anche se Cosimo era sempre preso dal terrore che la lettiga si rovesciasse mentre guadavano il fiume. Dopo molti anni gli vennero confiscate le mule perché non poteva pagare un debito, dato che ormai le strade erano carrozzabili e nessuno aveva bisogno della lettiga. Quando poi gli venne portato via il figlio Orazio per farlo artigliere compare Cosimo ripensò alla ragazza che chiedeva la grazia e disse che se il re fosse stato lì avrebbe aiutato anche lui e la sua famiglia; ma, ormai, il re era cambiato.

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DON LICCIU PAPA


La novella si apre con la descrizione delle galline che corrono davanti alle case. Ad un tratto, arrivò zio Masi, incaricato dal sindaco di catturare le galline e i maiali che erano in contravvenzione. Come zio Masi vide una porcellina davanti ad una porta di casa le mise al collo una fune e la catturò. Comare Santa, disperata, tentò di fermarlo ma non ci riuscì; allora, per salvare la sua porcellina diede un calcio a zio Masi che cadde a terra. Le altre donne volevano picchiare zio Masi per tutte le galline che aveva sulla coscienza, ma, in quel momento, arrivò don Licciu Papa. Don Licciu Papa chiarì subito la situazione: Comare Santa si prese la multa ma non andò in carcere perché il barone aveva visto che zio Masi non portava il cappello con lo stemma del municipio. Don Licciu Papa si era interessato anche del pignoramento della mula di mastro Vito assieme all'usciere. Quando mastro Vito era stato citato da mastro Venerando per un debito non aveva potuto rispondere, la mula venne venduta e mastro Vito disperato disse che non poteva più lavorare e quindi non avrebbe mai potuto estinguere il debito. Mastro Vito disse male parole verso mastro venerando e se non fosse stato per don Licciu Papa sarebbe andata per il peggio. Un giorno curatolo Arcangelo si mise in causa con il reverendo, consapevole di ciò a cui andava incontro perché il reverendo aveva i migliori avvocati. Il prete, arricchitosi, aveva allargato la casa paterna e voleva costruire la cucina sopra la casa di curatolo Arcangelo; perciò, voleva costringerlo a vendere. Curatolo Arcangelo si rifiutò e il reverendo, per dispetto, gli buttava sul tetto dell'acqua sporca, dicendo che era acqua che serviva per innaffiare i fiori. Curatolo Arcangelo fece venire il giudice e don Licciu Papa ma il reverendo eliminò ogni prova. A furia di spese giudiziarie arcangelo rimase senza un soldo vendette metà casa al reverendo e metà al barone che voleva allargare la dispensa. La figlia di Arcangelo non voleva andarsene ma solo le vicine sapevano il perché. Nina, infatti era solita incontrarsi con un signorino che le abitava di fronte ma non ne voleva sapere di sposarsi; il signorino l'avrebbe mantenuta. Come lo seppe, Arcangelo, chiamò don Licciu Papa per convincere la figlia a partire; ma, il giudice, disse che Nina aveva l'età per decidere. Quando Arcangelo vide il signorino gli diede una randellata in testa, ma, dopo che i passanti lo avevano legato accorse don Licciu Papa dicendo di farlo passare. Ad Arcangelo venne dato un avvocato che riuscì a farlo condannare a soli 5 anni. Tutte le storie che si intrecciano in questa novella si ricollegano tutte al problema comune del rapporto tra gli "umili" e la "giustizia": nel caso della zia Santa, quest'ultima vede sottrarsi il suo maialino per il semplice fatto che sostava in mezzo alla strada; nel caso di massaro Vito che si era visto pignorare la sua mula da don Licciu Papa; nel caso poi di curatolo Arcangelo, quest'ultimo doveva subire "l'innaffiamento dei fiori" da parte del Reverendo.

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IL MISTERO


Verga introduce questa novella dicendo che ogni volta che lo zio Giovanni la raccontava gli venivano le lacrime agli occhi. In paese il teatro era stato allestito nella piazza della chiesa e intanto il sagrestano stava tagliando un grosso ramo di ulivo con la scure. Zio Memmu rimproverò il sagrestano per quello che stava facendo, ma la moglie lo calmò perché quell'ulivo serviva per il Mistero, perciò il Signore avrebbe dato una buona annata. Il Mistero rappresentava "La fuga in Egitto": la Madonna era interpretata da compare Nanni mentre la parte di Gesù bambino era stata assegnata al figlio di comare Menica. I ladri erano interpretati da Janu e mastro Cola, i quali dovevano rincorrere la Madonna e San Giuseppe. La scena fece tornare in mente a comare Filippa l'arresto del marito perché aveva ammazzato a colpi di zappa il vicino della vigna. I ladri raggiunsero San Giuseppe, e, la folla, prese dei sassi per lanciarli a Janu e mastro Cola nel caso in cui facessero del male a San Giuseppe. Don Angelino li calmò dicendo che la scena doveva essere così. Don Angelino era un prete che pensava molto ai soldi; infatti, una volta, si rifiutò di fare il funerale a compare Rocco perché la famiglia del defunto non aveva soldi. Un anno dopo compare Nanni si incontrò con Cola nello stesso luogo. Nanni era appostato davanti al campanile per vedere chi andava da comare Venera, la quale gli aveva assicurato che non si era mai vista con nessuno all'infuori di lui. Venera, però, si incontrava con Cola, il quale fu avvertito che Nanni aveva scoperto qualcosa dei loro incontri. Cola non andò più da Venera, quando una sera uscì di casa e si diresse verso l'abitazione della vedova. Bussò alla porta, l'uscio si aprì e si udì una schioppettata. Cola, gravemente ferito, venne portato a casa, dove lo attendeva la madre, la quale pregò moltissimo per avere salvo il figlio. Comare Venera era andata via dal paese e si era salvata ma ciò non accadde a Nanni, che venne arrestato e condotto in prigione.

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MALARIA


La malaria entra nelle ossa, camminando lungo le strade polverose di Lentini, Francofonte e Paternò. Alla sera, in questi paesi, si vedono persone sedute davanti la porta di casa, con il fazzoletto in testa o delle donne che allattano bambini che non si sa ancora se cresceranno e come cresceranno. Se qualcuno muore lo si carica nel carretto del fieno oppure su un asino e lo si porta nella chiesetta solitaria, come nel caso di Massaro Croce che da trent'anni inghiottiva solfato e decotto di eucalipto per curarsi. Compare Carmine aveva perso così i suoi cinque figli: tre maschi in età da lavoro e due femmine. Dopo che i figli si erano ammalati Carmine non spendeva più soldi per le medicine ma andava a pesca e preparava i suoi piatti migliori per stimolare l'appetito del malato. Fra i figli di Carmine l'ultimo a morire aveva una forte paura della morte che una notte si buttò nel lago. C'era chi della malaria era guarito senza prendere le medicine, come Cirino lo scimunito. Cirino non aveva una casa ma sostava sempre davanti a Valsavoia perché la strada era trafficata e molta gente gli dava due centesimi. L'unico nemico di Cirino fu la ferrovia perché la gente ormai non percorreva più la strada. La ferrovia portò la rovina anche all'oste. Gli affari andavano bene, tanto che egli aveva avuto quattro mogli, tutte morte per malaria, fatto che gli aveva procurato il soprannome di "Ammazzamogli", ma con la costruzione della linea ferroviaria nessuno si fermava più all'osteria: l'unico cliente era il cantoniere. Alla sera, quando l'oste vedeva passare il treno carico di gente pensava: "Per certa gente non esiste la malaria". Quando non poté pagare l'affitto il padrone lo mandò via e l'oste trovò lavoro nella ferrovia. Stanco ormai di correre su e giù per le rotaie vedeva il treno passare con le sue luci e i sedili imbottiti, e lui, seduto su una panchina, pensava: "Per questi qui non c'è proprio la malaria!".

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GLI ORFANI


Le comari stavano impastando il pane quando la figlia di Meno arrivò dicendo che doveva andare da Comare Sidora. Comare Sidora la chiamò e si mise a preparare una focaccia per la bambina. Le altre pensarono che la matrigna della bambina, comare Nunzia, stava ormai per morire e perciò le avevano portato l'ultima comunione. Le donne commentavano il fatto che, se il padre si vedesse poco in giro avesse perso anche la sua seconda moglie e sarebbe andato in rovina. Una donna si affacciò sulla porta e disse che comare Nunzia era morta e i beccamorti la stavano andando a prendere. Comare Sidora sfornò la focaccia e la diede alla bambina. L'orfanella voleva portare la focaccia alla madre ma venne fermata e si mise seduta su di uno scalino. Poi arrivò compare Meno, disperato per la perdita della moglie e, con le comari, cominciò ad esaltare le migliori qualità della povera moglie. Le altre comari consolarono Meno offrendogli da mangiare e da bere e dicendogli di non affliggersi ma di pensare a comare Angela che dopo aver perso il marito e il figlio le stava morendo anche l'asino. Compare Meno disse che non si sarebbe più risposato perché una moglie come quella non l'avrebbe trovata mai più. Le comari dissero a compare Meno di andare da comare Angela perché forse avrebbe potuto trovare una cura per salvarle l'asino, ma per l'animale non c'era più nulla da fare. Nino, il padre delle due mogli di Meno, disse che non gli avrebbe mai dato in sposa la terza figlia quindi compare Meno mise gli occhi sulla cugina Alfia. Poi, vedendo l'asino morente che si agonizzava a terra disse ad Angela di scuoiare subito la pelle dell'asino, per guadare un po' di denaro.

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LA ROBA


Mazzarò era un uomo che aveva tratto la sua ricchezza dalle terre dove una volta zappava e su cui avevo faticato, e nonostante i suoi possedimenti non si era insuperbito. Egli dava lavoro a moltissime persone, e andava molto spesso nei campi per avere tutto sotto il suo controllo personale. Aveva imparato il significato della "roba" quando faticava quattordici ore al giorno per guadagnare tre tarì; proprio per questo, aveva impiegato tutta la vita per metterla insieme ed ora le sue terre non erano delimitate da nessun confine, erano infinite. Tutta la sua "roba" quindi l'aveva guadagnata con le sue sole forze. I possedimenti terrieri dapprima appartenevano al barone che "per carità" aveva dato lavoro a Mazzarò, un barone che però non sapeva badare alla sua "roba" e che veniva derubato da tutti i suoi dipendenti. Mazzarò andava in gito sempre senza soldi, perché riteneva che avessero un'importanza poco rilevante o quasi nulla, non erano "roba"! Se metteva da parte una somma abbastanza cospicua, la investiva nell'acquisto di nuovi lotti. Era un uomo che si lamentava solo del fatto che cominciava ad essere vecchio, e nel momento in cui gli fu detto di lasciare la "roba" perché era tempo che pensasse alla sua anima, Mazzarò uscì nel cortile e come un pazzo cominciò ad uccidere gli animali che capitavano sotto il tiro del suo bastone, urlando: "Roba mia, vientene con me!".

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STORIA DELL'ASINO DI S. GIUSEPPE


La novella narra la storia di un asino, chiamato l'asino di San Giuseppe per il suo manto bianco a chiazze nere. Lo avevano venduto alla fiera di Buccheri a compare Neli che, vedendolo forte e robusto, lo avrebbe utilizzato per il lavoro nei campi. La sua annata andò bene ed il ciuco venne venduto a Massaro Cirino il Licodiano a cui, però, l'annata non fu favorevole. Allora l'asino passò nelle mani di compare Luciano il carrettiare a cui era morta la mula. Ogni giorno l'asino era costretto a portare quel carretto per le ripide salite e le faticose discese. Quando, ormai era pieno di cicatrici e ferite, fu venduto al proprietario di una miniera di gesso. Alla fine, l'uomo vendette l'animale ad una vecchia che riusciva a sopravvivere vendendo, con suo figlio, la legna in città. Grazie all'asino sarebbero stati ion grado di portare fasci di legna più grossi. Quando il figlio della vecchi si ammalò, la donna dovette andare a vendere la legna da sola e, mentre si dirigeva verso la città, il ciuco per il troppo carico morì.

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PANE NERO


Santo decide di sposare la bella Nena, detta la rossa. È un amore contandino che sembra dapprima inaridarsi ma che negli anni trova nella solidarieta coniugale e nell'amore per i figli la propria ragione di essere. Lucia delusa in amore va al servizio di un contadino arrichito, Don Venerando, che la inisidia. Il giovane cuoco Brasi fa pero capire a Lucia che egli potebbe sposarla solo se la ragazza cedesse al vecchio in cambio di una cospicue dote. La ragazza dapprima restia, si libererà infine dal bisogno ma al prezzo del proprio onore da contadina. Carmerio giovane pecoraio ammalato di malaria viene assunto da Don Venerando per badare ad una mandria. Una notte si trova a vegliare del tutto impotente la mandria moribonda. Di fronte al cadavere di quest' ultima nena la rosa Assolve la cognata Lucia che si è finalmente assicurata le venti onze della note nuziale.

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I GALANTUOMINI


Il difetto è che sanno scrivere; se avete a che fare con loro vi estorcono il nome e il cognome e rimarrete sempre scritti su i loro libri, inchiodati dai debiti. Un giorno fra Giuseppe si recò nel podere di don Piddu per chiedere l'elemosina con una mula che gli era stata data in offerta. Allora don Piddu disse: "Che bella mula che avete, fra Giuseppe. Beato voi che senza seminare raccogliete; io ho cinque figli e devo lavorare per sfamarli tutti. L'anno scorso vi ho dato una parte del mio grano affinché San Francesco mi mandasse la buonannata ma non piove più da tre mesi". Don Piddu, aiutato da altri quattro contadini rovesciò un secchio d'acqua addosso a fra Giuseppe. Fra Giuseppe, indignato, disse a don Piddu che gliel'avrebbe fatta pagare cara. Alla fine di carnevale vennero i missionari per la preparazione alla quaresima. Se c'era un peccatore essi andavano a predicargli davanti alla porta di casa, perciò, fra Giuseppe, indicava sempre la casa di don Piddu. Don Piddu aveva già molti problemi per la testa: la moglie malata, i debiti, le malannate, la mortalità del bestiame, aveva tutte le figlie in età da marito ma nessuna era riuscita a sposarsi. La figlia più grande di don Piddu, donna Saridda, aveva quasi trent'anni e fortunatamente era riuscita a trovare un uomo con cui si potesse sposare: don Giovannino. Un giorno, poi, vennero pignorati i mobili di don Piddu a causa del suo debito quindi egli si trovò un lavoro come sorvegliante alle chiuse del Fiumegrande. Del resto quando uno aveva la forza per lavorare riesce a mantenere se e la sua famiglia come successe a don Marcantonio malerba, quando cadde in povertà. Un giorno venne giù il fuoco da Mongibello che distrusse numerosi terreni. Ciò causò una grave perdita per i galantuomini perché non sapevano più come guadagnarsi da vivere. A don Marco gli venne comunicata la notizia che la lava aveva deviato verso la sua vigna mentre stava a tavola con la famiglia. Egli si diresse subito alla vigna e vide il guardiano che stava portando via tutti gli attrezzi. Don marco disse di lasciare tutto lì perché ormai non aveva più nessun terreno su cui poter usare quegli utensili. Anche i galantuomini hanno i loro guai, ad esempio don Piddu, che, dopo il pignoramento ebbe dei problemi causati dalla sua seconda figlia: donna Marina. Marina aveva ormai perso la speranza di sposarsi perciò si era messa con il ragazzo della stalla. Don Piddu si trovava nel convento dei cappuccini per gli esercizi spirituali ma, quando gli giunsero alcune vocii riguardo la figlia uscì, si diresse verso casa e trovò il ragazzo di stalla che fuggiva dalla finestra in camera di Marina. Don Piddu tornò in convento e si confessò da un missionario che stava pregando. Il missionario gli consigliò di offrire a Dio quel dolore ma avrebbe dovuto dirgli: "Vedete, anche ai poveri, quando gli succede la stessa vostra disgrazia stanno zitti perché il solo modo che conoscono per sfogarsi è andare in galera!"

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LIBERTÀ


Verga in questa novella rivive la vicenda di Bronte dopo la rivolta della povera gente che voleva dividere le terre dei ricchi, alcuni sventolavano un fazzoletto rosso dal campanile e altri gridavano nella piazza più grande la parola "Libertà". Don Antonio fu ucciso mentre cercava di fuggire e mentre passava a miglior vita si chiedeva perché lo stessero facendo. Anche il reverendo anche supplicava di non essere ucciso. Don Paolo fu ucciso davanti casa, sotto gli occhi della moglie che aspettava un po' di minestra da suo marito per sfamare i cinque figli. Neddu, il figlio del notaio, fu ucciso nel modo più terribile possibile, infatti era ancora cosciente quando gli fu vibrato il colpo finale. Egli era già ferito quando supplicò i garibaldini di non ucciderlo e un boscaiolo, lo ammazzò per pietà e si giustificò dicendo: "Tanto sarebbe stato un notaio, succhiasangue anche lui!". Si faceva strage di chiunque fosse ricco, perciò la baronessa aveva fatto fortificare la sua abitazione e i suoi servi per vender cara la pelle sparavano contro la folla, che comunque non si demoralizzò e sfondò il cancello, dando la caccia alla donna nella sua villa. Infine fu scovata con i suoi tre figli tutti furono trucidati. La follia della gente si placò soltanto a sera, quando la pazza folla diminuì consistentemente. La Domenica dopo non fu celebrata messa e si pensò a come dividere le terre, ma tutti si guardavano in cagnesco perché non sapevano come fare, infatti non c'erano periti per misurare la grandezza dei lotti di terreno, notai per registrare la proprietà, e così via. Il giorno successivo si apprese che il generale Nino Bixio stava venendo a fare giustizia, cosicché molti scapparono e fecero bene, poiché egli appena arrivato fece fucilare alcuni rivoltosi, poi vennero i giudici, che interrogarono i colpevoli e li portarono in città per il processo, che andò per le lunghe. Le cose in paese tornarono come prima, infatti i ricchi avevano le loro terre e i poveri dovevano lavorarvi per guadagnarsi il pane quotidiano, visto che i benestanti non le avrebbero neanche toccate. Il processo andò per le lunghe e alla fine tutti gli imputati furono ascoltati da una giuria composta dai ricchi e dai nobili, i quali ogni volta pensavano di averla scampata bella e si rallegravano di non essere nati e vissuti a Bronte. Infine fu pronunciata la sentenza e un carbonaro a cui erano state rimesse le manette era rimasto sbigottito perché non aveva assaporato la libertà di cui avevano tanto parlato.

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DI LÀ DEL MARE


I marinai udivano il rumore delle onde e una voce lontana cantava una canzone popolare accompagnata dall'organetto. Rimasero ancora un po' sulla porta della cabina prima di separarsi, poi si rividero sul ponte all'alba. Quella mattina videro lo stretto di Messina aprirsi lungo la costa, videro il litorale della Calabria, la Punta del Faro, Cariddi. Una ragazza volle che le indicassero le montagne di Licodia, la piana di Catania... Ad un tratto lei lo indicò. Si salutarono e lei si diresse verso l'uomo che le era venuto incontro. Passarono alcuni mesi e gli scrisse che poteva andarla a trovare: si sarebbero incontrati in una casa in mezzo alle vigne riconoscibile da un segno fatto sulla porta. Pioveva come se fosse inverno, egli si riparò all'interno della casa e si mise ad aspettare. Sentiva il tempo passare dai rintocchi dell'orologio del paese vicino ma lei ancora non arrivava. Ad un tratto la pioggia cessò, poco dopo lei arrivò e abbracciandolo gli disse che non lo avrebbe mai più lasciato. Rimasero a lungo dentro la casa, poi si diressero verso la stazione più vicina. Partirono e andarono lontano, in mezzo alle montagne di cui egli le aveva tanto parlato. Si alzavano come faceva giorno e trascorrevano le varie giornate nei campi o all'ombra degli abeti. Al tramonto si vedevano le rovine dell'osteria di "Ammazzamogli", le vigne di Mazzarò, il Biviere di Lentini. Un giorno giunse una notizia molto triste: ella sarebbe dovuta ritornare in città. Si rincontrarono durante il carnevale e anche il giorno dopo, ma, l'indomani ella sarebbe dovuta ripartire con il primo treno. Anche lui doveva partire: era arrivato un telegramma che lo chiamava lontano. La sera seguente partì anche lui. Su un muro di una stazione vide i nomi di due innamorati scritti con il carbone. Ricordò di tutti i momenti passati insieme a lei e avrebbe voluto incidere su un sasso il nome di lei.

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